Cambiare è umano

Cambiare è umano

Lo confesso. Sono un abitudinario, uno che in altri tempi sarebbe andato in vacanza nello stesso albergo, con le stesse persone, con i medesimi vicini di tavolo in quelle sale famigliari delle pensioni come era usanza nelle estati di molti anni fa. Cerco rituali e significati che vorrei non mutassero nel corso del tempo. Dentro di me è racchiuso un grande bisogno di senso e di ordine, la necessità di trovare uno schema universale capace di incardinare sotto un'unica stella la direzione di pensieri, azioni e scelte di vita. Sono sempre stato attratto dalle elaborazioni formali della scienza, l'ambito nel quale la narrativa degli eventi è inscritta nella semplicità immutabile delle equazioni e in cui personaggi come Einstein – che usava un solo sapone per lavarsi e radersi e che non ricordava alcun numero di telefono per lasciare spazio alle informazioni più importanti – celebrano uno stile di vita improntato a una schietta sobrietà.

Questo tuttavia non fa di me un conservatore. Sento scorrere nel mio sangue la pulsione irrefrenabile di modificare, alterare, rovesciare, cambiare punto di vista. Tempo fa mi è capitato di sentire che il più fertile dei terreni per coltivare l'essenza di un problema è proprio quello sul quale quello stesso problema è vissuto in prima persona. Se non altro, il fatto è garanzia di un assoluto e autentico impegno per una ricerca che non può essere abbandonata fino alla sua completa, quanto mai improbabile, risoluzione.

Nel mio caso il problema è racchiuso dal concetto di cambiamento, così radicato che persino la mia attività ha assunto un nome tale da richiamarlo. Del cambiamento mi interessa un aspetto sfuggente e paradossale che una recente discussione avuta su Facebook mi ha stimolato a collocare in quello spazio a metà fra il presente della realtà e il tempo passato o futuro della fantasia. In questa terra di mezzo vivono nello stesso tempo una frattura e una sutura fra l'individuo e il suo mondo reale. Una frattura perché lì possiamo ritrovare tutte le voglie insoddisfatte, le passioni tradite, le speranze (o come direbbe una parte della psicoanalisi, le identità) non vissute; e insieme a loro quella porzioni del domani che appare nella sua incertezza e nel desiderio di essere ciò che oggi non siamo riusciti a ottenere. Una sutura, invece, perché l'opera immaginativa che agisce dentro di noi ha la capacità di ricalcolare, quasi in tempo reale, una proposta di senso che da quel punto si irradia verso entrambe le direzioni del tempo: quella del ricordo e quella dell'attesa.

Nell'acceso dibattito sull'intelligenza artificiale, e su una prospettiva, forse già attuale, dominata da macchine ealgoritmi, ecco che il cambiamento inteso come misura della fragilità alla quale la nostra vita è intrinsecamente appesa, viene ad assumere un carattere dirompente e decisivo. È proprio ciò che l'uomo ha di più debole ad aprire i solchi fertili dell'immaginazione e a rintracciare sulla linea retta prevedibile e razionale del cosiddetto progresso una via d'uscita e un futuro in cui la sensibilità umana può essere ancora protagonista.

Chi mi è stato vicino in questi anni mi ha mosso spesso un amorevole rimprovero: la pretesa di una perfezione, dagli altri e da me stesso, che sconfina nell'ossessione e nella freddezza – e che, naturalmente, ha avuto come unico risultato il precludere ogni possibile strada verso un'autentica realizzazione. Ora cerco, con qualche fatica, di godere la mia debolezza. Sapendo che cambiare è umano. Anzi, è ciò che di più umano potremmo mai considerare poiché contiene insieme il desiderio e la necessità, l'incerto e l'inevitabile, l'errore e la possibilità di scegliere accettando un limite.

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