Edvard Munch, Nietzsche

Chiavi per leggersi e per cambiarsi

La scorsa settimana ho chiuso la rassegna primaverile dei Nutrimenti, con un incontro dal titolo Stelle danzanti: un tentativo – fra gli altri obiettivi della serata – di rileggere il vorticoso cambiamento nel quale siamo immersi con le chiavi della filosofia. La fonte di ispirazione, questa volta, è stata la voce intrigante di Così parlò Zarathustra, il celebre libro che Nietzsche ha definito per tutti e per nessuno e che un influente commentatore come Giorgio Colli ha descritto «diverso ogni volta che lo si apre».

I primi passi dell'incontro li abbiamo dedicati a una domanda: se il nostro modo di concepire e vivere i valori non sia in qualche misura connesso al modo in cui intendiamo la nostra identità: solida e ben definita, circoscritta da un confine che i venti sferzanti e i movimenti tortuosi della vita certamente modellano, ma che resta fedele nella sua forma ideale a un principio ispiratore originario da cui è informata. Dio, giustizia, equità, profitto, diritti civili, o qualsiasi sia la natura di quel principio, in questa sede poco importa.

E se invece l'identità rivelasse un carattere sfuggente e polimorfo? che cambia aspetto ogni volta che lo si guarda? che è privo di ogni baricentro stabile e duraturo? che assume molti centri e molti significati, diversi di volta in volta e magari contraddittori tra di loro? L'antico mito di Dioniso, che Nietzsche ha rievocato nel solco di una più ampia tradizione romantica, prefigura in effetti un modo di essere alternativo. Il dio del vino e dell'ebbrezza, è anche lo straniero che non si radica in nessun porto sicuro; è il dio del teatro e della maschera sotto la quale la finzione mostra, come unica entità, il ritmo caotico e imprevedibile della forza vitale. Un secolo di psicanalisi e di inconscio ci ha in fondo dato la possibilità di constatare quanto sdrucciolevole sia la convinzione di essere un'unica razionale controllabile identità.

Se per un attimo attraversassimo la porta per gettarci nella visione dionisiaca del mondo, potremmo ricostruire il concetto di identità – quella personale e così pure quella delle organizzazioni in cui abbiamo o cerchiamo lavoro – come trama di bisogni, come intreccio di possibili storie, come reticolo imprevedibile e complesso di parti che possiamo provare a mettere in relazioni sempre nuove. Eccoli dunque emergere i nostri valori: non granitici assunti impermeabili al tempo, quanto piuttosto guide creatrici che in quelle relazioni ci aiutano a edificare un senso.

Sembra solo filosofia. Ma se ora immergiamo questa nuova idea di identità nella durezza del mondo reale, ecco che il caos dionisiaco assume la forma liquida della crisi. Con altri occhi, allora, possiamo interpretare il cambiamento, voce mutevole del caos interiore che ci chiede nuovi schemi per rileggere e rigenerare le nostre singole e collettive storie – che ci chiede, prima di ogni altra cosa, di fondare autenticamente nuovi valori con cui aprire l'accesso a un rinnovato significato del nostro agire.

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