Jean-François Millet, Angelus

Coltivatori di significato

Se mai c'è stato un tempo in cui il lavoro si è riposato sotto la voce protettrice della preghiera, quel tempo pare ormai definitivamente tramontato. Persino all'epoca della sua realizzazione, nel periodo 1857-59, Jean-François Millet parla del suo Angélus come di un'opera che va in cerca di trascorsi lontani, di consuetudini famigliari quando «mia nonna, ogni volta che sentiva il rintocco della campana, ci faceva smettere per recitare l'angelus in memoria dei poveri defunti».

In molte delle numerose lettere a Theo, Vincent Van Gogh cita lo spirito artistico di Millet ed enfatizza il fatto che il contadino sia l'unico mestiere nel quale è consentito di pregare e lavorare insieme. Una pratica nobile, dunque, perché nutre nello stesso istante l'anima e il corpo con il frutto del lavoro che verrà.

Dei due personaggi di Millet mi colpisce la serenità e la carica umana che emanano nel loro momento di preghiera. Come se quest'ultima informasse e attribuisse un senso profondo a tutto il loro lavoro; come se il lavoro, cioè, fosse radicato in un significato che vale la pena costantemente di esaminare, di contemplare, di vivere.

Oggi non è difficile constatare come la rielaborazione del concetto di lavoro in una logica di esasperata produttività manifesti, pur nel rigore apparente dei suoi assunti, esiti tutt'altro che razionali e produttivi. Sembra sterilizzata, quasi, la stessa anima creativa e relazionale delle imprese e delle persone che le costituiscono.

Si potrebbe così dire che l'Angélus trasmette uno spirito di sacrificio nel quale è richiesto non solo di assumersi il carico della dura vita del campo; ma anche quello di non sottrarsi al potere redentore dell'immaginazione. In altri termini, il sacrificio - quando non è passiva accettazione dello stato di cose - contiene etimologicamente la volontà di rendere sacro il proprio fare; come se questo fosse avvinto da una divinità.

Senza chiamare in causa il trascendente, l'atto di preghiera dei due contadini diventa il rituale necessario a rigenerare l'insieme dei significati che danno anima a un'azione. Quei significati che il tempo e la mera operosità erodono e che, come tutti gli aspetti preziosi della vita, hanno bisogno di essere coltivati quotidianamente.

 

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