Edvard Munch, L'urlo

Conflitto, urlo di libertà

Torno indietro con la memoria a una domenica di tre anni fa. Valentino, mio figlio, sulla soglia di un pomeriggio autunnale deve scegliere se trascorrere le prossime ore con i suoi genitori, che la settimana gli permette troppo poco di vedere; o con i nonni, che lo coccolano con ogni genere di cura e di regalo. Messo in difficoltà dalla situazione, sente qualcosa che non ha mai provato prima: una lacerazione dalla quale scoppia un pianto addolorato, confuso, persino angosciante quando guardo i suoi occhi colmi di incertezza. Questo momento – mi dico subito appresso – è la rottura definitiva con la sua infanzia, è l'uscita dal paradiso terrestre, è l'abbandono di quella condizione in cui tutto è possibile e il principio di non-contraddizione si è affacciato per imporgli la più gravosa delle libertà. Quella di scegliere.

Ho parlato più volte del conflitto. E se fino a non più di qualche mese fa ero convinto della sua inevitabile, radicale, costitutiva presenza non solo nella vita umana ma, più in generale, nella natura delle cose – con la recente riflessione proprio su La madre di tutte le cose, ho iniziato a figurarmi il conflitto come il seducente corpo procace di una ben più profonda verità. Dove con "verità" voglio intendere soltanto l'incontro con una dimensione ancora più essenziale di me stesso. Il molteplice – o ancora meglio la femminile "molteplicità" che, appunto, ho definito madre di tutte le cose – mi ha accolto nel suo grembo. E mi ha mostrato che l'idea di contrapposizione nasce soltanto da una visione statica degli eventi; che sono invece in perenne divenire e perciò stesso mutevoli, destinati a generare un'irriducibile diversità. Dunque un sotterraneo potenziale conflitto.

Ma se dovessi individuare un'ultima chiave per aprire la porta del mistero (porta che, lo so, mai avrò totalmente aperta), allora inizierei a riconoscere dentro di me la sorgente di tutti i conflitti. Poiché, allattati al seno della possibilità, il conflitto non è che la nostra estrema possibilità – e insieme obbligo – di scegliere. Il conflitto è quella inevitabile razionalità umana che irrompe nello stato di grazia dell'infanzia, che valuta e separa e che, nutrita da una continua angoscia delle conseguenze, ride della nostra speranza di poter demandare ad altri la scottante facoltà della scelta.

Io sono per sempre condannato ad esistere al di là della mia essenza, al di là del moventi e del motivi della mia azione, sono condannato ad essere libero. E ciò significa che non è possibile trovare alla libertà altri limiti oltre se stessa, o, se si preferisce, che non siamo liberi di cessare di essere liberi.

– Jean Paul Sartre

Non trovo migliori parole che queste di Sartre per definire la condizione naturale di conflitto. Un urlo di inquietante libertà che possiamo tuttavia trasformare in canto, quando riconosciamo la medesima inquietudine negli occhi colmi di incertezza di quelle donne e quegli uomini che ogni giorno ci passano accanto. E io, stonato, tento tremante questa strada.

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