Anna e Valentino Francoli

Crescere vuol dire negare?

Con il passare degli anni ho dedicato sempre più tempo a osservare come i miei figli si rapportano a nuovi oggetti e concetti attraverso il linguaggio. C'è nel loro modo di esprimersi, ancora in via di formazione, un'incertezza di fondo che cercano di dominare sostanzialmente in due modi: o definendo quello che non conoscono per analogia, con un generazionale tipo che... (il quale confesso che pure a me capita con mio stesso disappunto di utilizzare); o allargando la visuale e scartando tutto ciò che potrebbe assomigliare al concetto che vogliono esprimere ma che non ne ricalca esattamente il significato.

L'attività logica della negazione è l'argomento di un bell'articolo di Nicola Turrini, che su doppiozero recensisce il Saggio sulla negazione di cui è autore Paolo Virno. E subito per dare il segno della profondità di questa apparentemente innocua particella grammaticale, Turrini ci mette davanti a tutta la sua ampiezza di significato:

Descrivere gli usi e le prerogative del segno ‘non’ significa qui rivelare alcuni tratti distintivi della forma di vita della nostra specie: la capacità di prendere le distanze dagli avvenimenti circostanti, dalle pulsioni psichiche o dalle prescrizioni del proprio corredo istintuale, il bisogno di riti e istituzioni o l’ambivalenza degli affetti.

La tesi, in breve, è quella per cui la nostra specie è dotata di un corredo genetico, scientificamente riconosciuto nei neuroni specchio, che ci dispone a una spontanea empatia; potremmo quasi dire a un'eccessiva empatia, riprendendo una riflessione che ho incontrato pochi giorni fa. A essa abbiamo posto rimedio con il linguaggio.

A questo proposito, in un recente Nutrimento, ho esplorato con i convenuti come il linguaggio possa essere inteso intima necessità umana di dare e ricevere etichette, a partire dal nome che portiamo. E se il nome è lo stacco della nostra identità dallo sfondo genitoriale in cui eravamo fusi fino a pochi istanti prima della nascita, allora ogni nome – dato a cose, persone, situazioni – è uno stacco, una presa di distanza, un'oggettivazione: a ben vedere, una negazione che ci permette di dire che noi stessi e il resto del mondo siamo cose distinte.

Deduco allora che la crescita personale possa essere interpretata come un percorso negativo fondato sulla continua necessità di nominare, circoscrivere, definire attraverso le parole, isolare la realtà in concetti e in schemi mentali senza i quali il nostro mondo, interiore ed esteriore, sarebbe solo caos. Crescere è dunque saper cambiare individuando quei precari punti di equilibrio in cui la negazione si è solidificata in un momentaneo cristallo di significati.

C'è poi un terzo aspetto interessante della negazione: la capacità di negare se stessa e di generare continuità dove una frattura si era venuta a creare. Turrini mostra come lo spazio pubblico, la comunità, sia il risultato del non essere solo individuo, a sua volta esito della negazione dell'empatia originaria. Potremmo così riconsiderare il capoverso precedente e dire che il momento in cui osiamo mettere in discussione l'ordine stabilito è anche l'istante in cui la negazione dà luogo a una discontinuità, a una condizione di creatività drammatica che in sé contiene i semi per partorire un nuovo assetto di senso.

Parole, cambiamento, creatività. Questi tre ingredienti, per me essenziali alla crescita personale, sembrano dirci che maturare significa in prima istanza negare. Per andare oltre la negazione, bisogna avventurarsi in quell'empatia primordiale, in quello stato prelinguistico, in quella visione di umanità fusa in un unico corpus. Una dimensione talmente grande e impronunciabile che, per non sopraffarci, il linguaggio ci ha fatto staccare da noi definendola divina.

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