Don Milani e i ragazzi di Barbiana

La retorica del noi

Prendo a prestito da qui una fotografia e una citazione di Don Milani: «Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia».

La retorica del Noi è una di quelle immagini che gli anni recenti ci hanno consegnato come ricchezza acquisita della nostra società; o almeno come valore imprescindibile di un'evoluzione che chiede ai bassi istinti della paura e dell'egoismo di chiudersi in cantina. Non nascondo che, per quanto mi riguarda, le mode altisonanti del «buonismo» e del «politicamente corretto» mi hanno sedotto in più occasioni, facendomi così confondere l'espressioni dei bisogni con i capricci viziati di chi credevo quietamente assuefatto al pregiudizio.

Tuttavia, su un piano più intimo, la questione è dentro di me assai dibattuta. Ho raccontato in alcune occasioni di sentirmi mosso da un selettivo individualismo; e, paradossalmente allo stesso tempo, di inseguire con desiderio quei progetti che strutturalmente implicano la necessità di condividere e di relazionarsi profondamente agli altri. È andata così con l'avventura d'arte contemporanea di IOTIAMO, nella quale il mio amico Antonio Spanedda ha saputo magistralmente coinvolgermi; e lo stesso destino mi ha toccato con la Borsa di studio Thanksgiving che insieme a Marissa porto avanti da otto anni a questa parte. Né è molto diversa la mia ben più recente esperienza di insegnamento, nella quale lo spazio dell'aula sembra abbia il potere di trasformarmi e di provare a tirare fuori ciò che, bizzarramente, ancora non riesco bene a riconoscere.

Perdonate la confessione. Voglio solo dire, con questo, che la retorica del Noi abbraccia, dal mio punto di vista, tutto il suo valore solo quando è messa radicalmente in discussione. Poiché è nella frattura, tra l'immagine ideale e la reale difficoltà dei fatti, che emerge la possibilità di attribuire alla parola «Noi» un senso autentico, potente, sinceramente problematico. È, effettivamente, la discesa infernale che chiama in causa tutte le proprie convinzioni a ricostituire il «Noi» come vocazione a includere l'Altro; a fargli spazio dentro il nostro umano, troppo umano, pregiudizio; a trasformare l'Altro nello specchio necessario per dare pieno riconoscimento a se stessi.

Torno a Don Milani: e ora sì che quell'idea di politica come unità e insieme mi appare alta; né utopica né insensata. E anche la retorica del Noi, lungi dal significato tradizionalmente bieco che la parola «retorica» si porta dietro, può riconvertirsi al suo originale senso di prospettiva, di argomentazione che lascia aperta la verità – quest'ultima intesa come schema parziale e provvisorio in cui riconoscersi e attraverso il quale continuare a porsi domande.

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