Let it be

Lasciate che sia

Viviamo tempi difficili. La richiesta che ci viene rivolta quotidianamente non è soltanto cambiare, ma migliorare realizzando performance vincenti. O, per dirla in modo diverso, collocare il risultato della nostra azione in un punto al di là dell'orizzonte che non possiamo prevedere. Per questo, io credo, le nostre vite si riempiono di dati, algoritmi, tracciamenti di comportamento e di intenzioni che l'artificiosità dell'intelligenza non umana fa apparire come previsioni se non addirittura come profezie. La freddezza e il rigore del calcolo danno sempre un tono.

Alcune analisi filosofiche fanno risalire questa forma mentis direttamente alla sfera della religione: a quel Dio, tutt'altro che misericordioso, attraverso il quale la perfezione della vita è così proiettata in avanti da ritrovarsi oltre la vita stessa. La pena è il peccato perenne, la condanna all'imperfezione, la negazione di un'esistenza che per tentare di essere degna deve essere sempre superata.

Le stesse analisi rivalutano invece il limite, la misura, la capacità di porre un freno all'insaziabilità del miglioramento – sul quale da diverso tempo mi sto interrogando per capire davvero cosa esso sia. In altre parole, mettono in opera un'idea della vita che non si oppone al limite e che, anzi, lo contempla come la sua principale caratteristica rispetto alla quale costruire un'intera etica. Eppure, va detto, che la nostra inclinazione è cambiare, migliorare, evolvere: chi non vorrebbe una vita migliore di quella che ha, chi non tenterebbe - anche solo con l'immaginazione - di definire un mondo più rispondente alle proprie aspettative?

Non mi voglio addentrare in considerazioni troppo profonde: ovvero se migliorare sia un afflato naturale o se invece sia indotto dall'ideologia esistenziale in ui siamo immersi. Trovo però, almeno per quanto riguarda la mia esperienza, una stridente antinomia che a grandi linee ho risolto nei termini che seguono. Se cambiare deve essere un atto che prevede dei limiti, un autentico cambiamento è possibile solo modificando il rapporto con quei limiti; cioè modificando le nostre mappe concettuali circa le relazioni che abbiamo costruito con la realtà.

Nel mio vocabolario, questo non vuol dire altro se che cambiare è fare cultura. Scrutare i bisogni umani da prospettive sempre diverse. Sfidare l'ovvio per trovare angolazioni inaspettate, quasi che le risposte non siano tanto – o perlomeno, non siano solo – nell'azione; quanto piuttosto nel modo di intenderla.

Insomma, non cercate risposte ma domande. E lasciate che sia.

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