Prigioni culturali

Prigioni culturali

Ho trascorso gran parte della mia vita a definire, razionalizzare, organizzare. Seppellendo così quella porzione intuitiva di me che, refrattaria a farsi incasellare da qualsiasi categoria, mi forniva l'accesso al mondo inesplorato e magico dell'immaginazione.

In questa spinta all'ordine c'è, naturalmente, molto del mio carattere. Del resto, mettere insieme strumenti per fornire un senso all'esistenza è la mia più sotterranea e ineludibile vocazione. Ma nonostante ciò, sento di essere stato conquistato da una convinzione più generale: quella che il filosofo Hegel propugnava, con enorme influenza due secoli fa, affermando che «il reale è razionale e il razionale è reale». A dire, cioè, che degna di essere vissuta è solo quella vita in cui risorse ben organizzate mi permettono di sfruttare al massimo le mie possibilità. In altri termini: una progressiva eliminazione di ogni traccia di incertezza. Lavoro, vita quotidiana, tempo libero: sono finestre del nostro vivere che pretendono tutte questo agire chiaro e distinto, nel quale un salutare e moderato caos è l'esatto opposto della chiamata culturale cui siamo stati invitati.

Per fortuna, a definire, razionalizzare e organizzare, non ci sono mai davvero riuscito. Certo, non rinnego la ricerca di un ordine e di una chiarezza che rendano le mie azioni più consapevoli e più dense di significato. Ma forse questa operazione andrebbe fatta a posteriori. Dopo che immaginare, progettare, sperimentare hanno prodotto un percorso il cui senso – a quel punto, sì – è una mappa esistenziale da disegnare e comprendere.

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