Punti di svolta

Punti di svolta

Il film Sliding Doors (1998) se lo è chiesto: quanto può cambiare una vita grazie (o a causa) di un minimo impercettibile dettaglio?

Ogni giorno ci attraversano la strada decine di decisioni, il cui esito è la scelta nell'una o nell'altra direzione. In parte queste decisioni sono chiare e volontarie: a volte sofferte, altre volte leggere, altre volte ancora sostanzialmente obbligate. In altri casi esse sono invece il frutto di ciò che appare essere una pura casualità e che tuttavia può determinare un corso diverso delle cose. Come evitare un ostacolo e scongiurare quel minimo ritardo che in Sliding Doors permette alla protagonista di prendere o non prendere la metropolitana e separare la storia in due differenti narrazioni.

Una prima considerazione che voglio fare è quanto delle esistenze che noi conduciamo sia davvero sotto il nostro controllo. Dalle pubblicità delle auto a quelle dei detersivi, dei viaggi, dei farmaci, delle assicurazioni e di molti altri prodotti e servizi, il tema del controllo è, per così dire, elevato a paradigma per una vita di successo. Una prospettiva accattivante visto che sotto la retorica del successo si insinua, in maniera complementare a esso, il pensiero di una smisurata libertà che affida alle mani del singolo individuo l'esito della sua vita; e che però, con una cinica brutalità, rende costui unico responsabile della propria affermazione inondandolo di un'angoscia che l'orizzonte culturale di cui disponiamo non pare dare conto. Non per niente questa condizione ha indotto un filosofo come Byung Chul Han a parlare di società della stanchezza, sottintendendo con ciò che abbandonarsi allo stato di necessità sia in qualche misura l'unica soluzione per non farsi risucchiare dal vortice dell'inadeguatezza produttiva ed esistenziale.

Ma un altro mito, e qui vengo alla seconda considerazione, si nasconde sotto il velo dell'apparente realtà. Il fatto cioè che la risposta a una scelta sia sempre una risposta duale: o sì o no, o destra o sinistra, o alto o basso e via dicendo. Una logica che ci porta, se la inseguiamo, ai livelli più sottili del pensiero nei quali la dualità si manifesta come differenza tra il corpo e la mente, tra l'umano e il divino, tra l'aldiqua e l'aldilà del mondo. In altre parole, in quella disciplina che ha caratterizzato la storia e la cultura dell'Occidente e che va sotto il nome di metafisica.

Ora, se un personaggio come Nietzsche si è scagliato contro la metafisica, è perché in qualche modo ha messo in discussione la validità di questa logica duale. Una logica, peraltro, che alcuni riconducono alla stessa struttura alfabetica del nostro linguaggio. A essa Nietzsche ha preferito una visione circolare, un modo di considerare le cose che, ritornando eternamente su se stesso, è catturato sì dalla sua necessità ma resta aperto a una revisione costante del suo senso.

Se scendiamo dalle celesti ali dell'astrazione alla filosofia concreta dei fatti, tutto ciò significa che le occasioni, volute o inaspettate, con cui incontriamo il cambiamento non sono mai porte, sliding doors appunto, che decidono irrevocabilmente un destino. Esse sono piuttosto «varchi di significato». Sono fratture nella trama narrativa della vita che ci inducono a rileggerne il senso.

Diventa perciò superfluo domandarsi se il cambiamento sia una determinazione volontaria o subita di ciò che accade. Ne è certamente un punto di svolta nella misura in cui apre nuove interpretazioni – e noi possiamo immaginare un domani come forse non ce lo eravamo aspettati.

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