Sandro Botticelli, La nascita di Venere

Quel che si fa per amore

Pochi giorni fa ho intrapreso un nuovo percorso di formazione che mi porterà a sviluppare quelle abilità di filosofo pratico in cui da molto tempo ho riposto la curiosità e la volontà di realizzarmi. Il primo passo di questa nuova esperienza si è materializzato nella forma di un dialogo socratico che la comunità di ricerca, cui ora appartengo, ha utilizzato per definire che cos'è amore.

Per quanto mi riguarda, l'esperienza ha avuto l'effetto di una rivelazione. Un'epifania che, dialogando, ha fatto trasalire dentro di me un concetto d'amore inedito, inaspettato, eppure da molto presente nelle mie scorribande di interrogazione. Pur nella definizione ricca e variegata, che si è venuta a costituire lungo l'arco temporale di quel dialogo, ho capito che io amo qualcuno o qualcosa quando quest'ultimo acquisisce una posizione nel mio orizzonte di significato; quando, cioè, con una persona, una passione, una conoscenza – o con qualsiasi altro oggetto d'amore –, stabilisco un nesso di senso senza il quale quella persona o quella cosa nulla avrebbe da spartire con la mia esperienza esistenziale.

Di modo che accade di non amare più proprio quando una persona, che ci è stata cara, esce da quell'orizzonte; e sbiadisce, a poco a poco, sullo sfondo di esperienze che le onde del tempo finiscono per esaurire o modificare.

Costruire l'amore vuol dire allora – tra le altre mille possibili connotazioni – istituire, per un verso, un legame di senso; per l'altro, una volontà con la quale adattare quel senso ai mutamenti del contesto, alle difficoltà e alle speranze, alle navigazioni, felici o incerte, dentro i mari tempestosi della vita. Amare, insomma, equivale al desiderio e all'atto creativo di raccontare una storia: di definire un percorso lungo la mappa dell'esistenza in cui chi amo è ora scoglio, ora appiglio, ora vento che sospinge o che frena la mia vicenda personale; è, in altre parole, un riferimento significativo sulla mappa con cui mi voglio confrontare nel tentativo di realizzare me stesso.

Del resto, la scelta consapevole di un figlio non è forse l'atto generativo e narrativo per eccellenza? Non è un figlio la gestazione e l'inizio di un racconto, lo straordinario incipit che inaugura una nuova possibilità di vita umana?

Tutto questo per dire che nulla di assoluto è contenuto nell'amore. Non è un valore morale, ma un bisogno umano. Non è infuso da Dio, ma generato dall'uomo, dalla sua potente e creativa volontà di dare senso e percorso alla propria dimensione vitale.

Con questa convinzione rileggo l'aforisma 153 di Al di là del bene e del male: «Quel che si fa per amore – riflette appunto Nietzsche – è sempre al di là del bene e del male». Non perché qualsiasi atteggiamento, anche il più sconsiderato, sia lecito; ma piuttosto per il fatto che l'amore è azione, scelta, apertura di una possibilità. È il rinnovamento volontario di una storia in cui determinare, volontariamente e consapevolmente, il ruolo dei personaggi che la animano: siano essi compagne e compagni attuali del viaggio, o ricordi lontani e, nonostante ciò, cause vive di quel che ora siamo diventati. 

Quando amiamo davvero – nelle nostre famiglie, nel nostro lavoro, nelle nostre più intime passioni – non possiamo che essere, insieme, autori protagonisti e attivi fruitori della più grande delle opere d'arte, noi stessi. Ma nulla saremmo senza quei personaggi privata dei quali qualsiasi storia diventerebbe la cronaca vuota e anaffettiva di un'egoistica esistenza.

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