QUi e ora

Qui e ora!

E ormai da tempo, soprattutto avventurandosi nella giungla di parole dei social network, che l'invito a mettere da parte il pensiero, in favore di un più vitale ed emozionante sentire, si è fatto strada. «Qui e ora!» – vedo ripetere, con convinzione e sconvolgente superficialità, un pubblico di sapienti motivatori e inseguitori dell'attimo fuggente. Alle prese forse più con la difficoltà di comprendere il turbine che ha spazzato via ogni cenno di etica e di valori, che con un'autentica interrogazione filosofica su ciò che effettivamente questo motto così abusato venga a significare.

Mi perdonerete per un attimo l'invettiva. Ma sento nell'enfasi che questa moda ha assunto tutti i caratteri che Nietzsche ha ben espresso con quella parola – decadence – sulla quale si innesta la lunga analisi circa il nichilismo, l'annullamento di ogni valore e di ogni forza vitale nell'essere umano contemporaneo – quello Occidentale, perlomeno.

«Qui e ora» mi appare la versione valoriale di un consumo che tiene in ostaggio il senso delle nostre vite. Fugace, effimero, repentino: così si insinua quel continuo pungolo che ci spinge a consolare la tristezza delle nostre esistenze nelle offerte emozionanti dei supermercati. Nulla di originale e nulla di personale, si intende; poiché neppure il grande Nietzsche si è chiamato fuori da questo stile di vita, il quale appassisce sempre di più sotto l'effetto ottico di un mercato che alletta i nostri occhi e i cuori infranti per le troppe speranze svanite.

A fronte di questo solo apparente scenario di improvvisa sapienza della felicità, non liquiderei troppo rapidamente il pensiero; che pure ha contribuito a minare le basi di una vita certo ricca, ma non per questo indolore. Del resto, nel «qui e ora» non fuggiamo forse dalla sofferenza? Non ci anestetizziamo da una storia personale e collettiva che, letta e compresa, ci farebbe rabbrividire delle malefatte che abbiamo commesso verso noi stessi, inconsapevoli di come siamo di ciò che significa autenticamente essere umani?

State certi che non voglio salire sul pulpito né dell'esperto né del polemico. Ma se oggi – come a me pare, forse perché sono particolarmente interessato a questo aspetto – risorge l'interesse verso una disciplina mai veramente appassita come la filosofia, è altrettanto necessario che torni il gusto dell'argomentazione, della capacità logica, dell'abilità di persuasione operata con le parole. Cioè del pensiero che il «qui e ora» vorrebbe ricacciare indietro come causa di tutti i mali.

La filosofa inglese contemporanea Mary Midgley affronta l'argomento con una splendida metafora. Così come il ragno è vissuto imparando a tessere intorno a sé la sua tela, allo stesso modo l'uomo è vissuto tessendo intorno a sé una cultura.

Vale a dire – per come personalmente intendo questo termine – un ordine di senso pensato e razionale intorno a quei movimenti sotterranei che la capacità (assolutamente indispensabile!) di leggere il sentire e i sentimenti ci propone sotto la seducente forma del «qui e ora»; ma che, in fondo, ci aprono all'abisso dal quale l'umano proviene e nel quale è difficile orientarsi senza un'abilità cognitiva fatta di robusto ragionamento.

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