Federico Fellini, Ottoemezzo

Saggezza, maestra di vita

Immagine: Federico Fellini – Otto e mezzo

La saggezza insegna. Le attribuiamo il delicato compito di trasferire quella sterminata quantità di conoscenze che crediamo possano alleviare i percorsi dell’esistenza e qualche volta fornirci indicazioni preziose per ciò che chiamiamo felicità. Abbiamo imparato che saggezza equivale a conoscenza. Come se conoscere significhi appunto, e automaticamente, acquisire gli strumenti essenziali per una serena esplorazione del presente e del futuro.

È proprio così? È proprio vero che la saggezza equivale a un accumulo sufficiente di conoscenze tali da soddisfare la casistica di problemi che la vita ci pone davanti ogni giorno?

Se siete andati a scuola con questa convinzione, sono sicuro che molti di voi, come me, hanno con il tempo dovuto ricredersi. A quanto pare non è la quantità di nozioni a rendere praticabili le sfide che attagliano molte delle nostre giornate. Non sono stati i bei voti – guarda caso, mere quantità – ad averci dato una comprensione stabile e duratura della realtà. Né possiamo dire che lo siano oggi i risultati personali o professionali: gli anni di convivenza, il livello di stipendio, i risultati annuali del nostro lavoro – anche queste appunto mere quantità – non ci consentono di dare una risposta definitiva alla continua ricerca di una vita piena e ricca di significato.

Gilles Deleuze

 

Gilles Deleuze

Ma allora che cos’è la saggezza e chi sono i buoni maestri per apprenderla? Personalmente mi sono rivolto alla filosofia, la più vetusta e venerata amica della saggezza, che ha però in sé gli anticorpi per leggerla da punti di vista sempre nuovi e originali.

È il caso, per esempio, di Gilles Deleuze, che nel suo studio su Nietzsche e la filosofia, scrive: «L’amico della saggezza è […] colui il quale mette la saggezza al servizio di nuove finalità, bizzarre e pericolose, e in verità ben poco sagge». Ed è, in qualche misura, anche il caso di Francesca Rigotti, che in un articolo su doppiozero, ripercorre la nascita della filosofia a partire non dalla robustezza della conoscenza ma dallo stupore dell’incertezza. «Il meravigliarsi, l’improvvisa sorpresa, il repentino non più comprendere il proprio essere e quello del mondo stimolano a porsi domande che sfociano nella ricerca di risposte. Questo sentimento o stato d’animo era detto dai greci thaumàzein, dove in quel thàuma stavano sia la gioia della novità sia l’angoscia dell’ignoto».

Possiamo allora immaginare la saggezza qualcosa di diverso dall’accumulo delle tante e forse troppe lezioni della vita che ci portiamo appresso dai libri, dalle tradizioni, dalle consuetudini culturali; le quali ci ancorano come navi in secca alle regole raggrinzite di una società inconcludente. Possiamo pensare, invece, la saggezza come l’atto liberatorio con il quale trasformare quelle esperienze in un giocoso, irriverente, onirico, ironico, fantastico e folle esperimento in cui inabissarsi: per risalire con la mente illuminata e stupita da nuove inebrianti prospettive.

Intendiamoci. In un mondo che si affaccia sempre di più verso i perfetti lidi dell’intelligenza artificiale, la quantità e qualità di conoscenza conta. Ma la saggezza più che quantità è evanescenza, più che posatezza è improvvisazione, più che abbondanza è limite. È desiderio di scoprire, in un fragile gioco di specchi, la stralunata e bizzarra essenza della vita.

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