Semi ribelli

Semi ribelli

In un articolo di pochi giorni fa, l'Avvenire racconta «che in una classe elementare italiana un bambino su 4 è in media portatore di una diagnosi attinente a un deficit specifico», sia esso un disturbo dell'apprendimento o un bisogno educativo speciale. Daniele Novara, autore dell'articolo, riflette sulla crescita di questo fenomeno e si domanda se non sia arrivato il momento di andare oltre l'eccesso di medicalizzazione; per curare invece queste difficoltà, almeno come primo tentativo, attraverso l'azione educativa.

Lo definirei un ritorno alle origini. Non nel senso nostalgico della rievocazione di un tempo passato in cui noi (perdonate la generalizzazione) siamo stati educati senza troppi indugi con severità e parsimoniose concessioni. Vedo piuttosto, in questa esortazione, l'intento di ritrovare un significato dell'educazione collettivo, distribuito, ri-radicato, che attraversi scuole e famiglie come un leit motiv seminato in un terreno fecondo e desideroso di portare buoni frutti. E poiché sento che anche questa affermazione potrebbe essere interpretata come un populistico invito a essere maggiormente responsabili dei propri figli, voglio insistere nel mio ragionamento.

Da genitore, non ho intenzione di scagliare alcuna pietra prima, essendo io stesso artefice – utilizzatore e utilizzato – di questo infausto sistema. Credo però che ci sia necessario ben più di uno sforzo di buona volontà per mettere in pratica l'invito a educare.

La medicalizzazione sempre più spinta dei disturbi sopra citati ha qualcosa in comune con la fiducia nel delegare un numero crescente di attività ad applicazioni e dispositivi; né si allontana da quella esigenza, espressa sui luoghi di lavoro, di controllare ogni più microscopico dettaglio per ottimizzarne il valore e generare il più vantaggioso ritorno di investimento. Tutti e tre questi territori hanno delegato a una parte terza – rispettivamente la scienza medica, la tecnologia, l'organizzazione aziendale – l'interpretazione dei dati raccolti sul campo. Hanno rinunciato in qualche modo alla responsabilità di trasformare gli aspetti problematici in una fonte di ispirazione per modificare quegli stessi contesti.

Io credo sia giunto il momento, pur nella coscienza della propria debolezza, di dissodare la terra e di concimarla con la bontà ingenua dell'entusiasmo. Abbiamo bisogno di coltivare semi ribelli: piccoli germogli capaci di riconquistare il potere di immaginare mondi diversi e possibili, di trarre dai dati la nostra rappresentazione.

Che siate o meno genitori, ditelo a chi, vicino, è più giovane di voi: «Ti immagini...». E poi raccontategli la vostra storia, il vostro leit motiv, il vostro piccolo e segreto seme ribelle.

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