Un groviglio di nodi

Un groviglio di nodi

«Beati voi se sapete sempre chi cazzo siete!». È una delle prime battute del film Da zero a dieci, di Luciano Ligabue, che, per quanto mi riguarda, ha messo in mostra tutta la fragilità con cui da anni inseguo una definizione che possa racchiudermi. E alla quale, ogni volta che riesco a trovarla, cerco di sottrarmi.

Il mio viaggio alla ricerca di un'identità è iniziato molto presto – come quello di tutti, direte voi! In effetti, non so giudicare quanto questo continuo e inarrestabile arrovellarmi su chi sono veramente sia una peculiarità, non dico esclusiva, ma particolarmente marcata del mio carattere. Del resto, se l'identità è un tema per me così profondo e irrinunciabile al punto di averlo trasferito integralmente in ciò che considero il mio lavoro, credo che il fatto abbia una sua ragion d'essere; una sua collocazione decisiva nel mio modo di guardarmi, intendermi, percepirmi.

La prima questione che mi sale alla mente è se l'identità sia una scoperta o una costruzione. Personalmente, propendo per la seconda. E in una misura che ha sconvolto in maniera drastica e irreversibile i miei tranquilli piani, con i quali invece speravo di individuare dentro me stesso un'identità stabile, definitiva, che non mi chiedesse più di fare i conti a ogni svolta, a ogni sussulto di questo viaggio. Nel corso degli ultimi anni, infatti, mi sono affacciato a un paesaggio di concezioni che mi hanno convinto a interpretare l'identità principalmente come una costruzione sociale. Vale a dire, il prodotto di una continua e costante relazione che muta di forma e che intreccia, secondo un ordine a me tuttora sconosciuto, quei fili narrativi dentro cui si allungano le reti della memoria.

Io, che rifuggivo alla relazione e che ancora oggi sogno un angolo tranquillo, lontano da ogni tipo di mondanità, devo arrendermi al fatto che posso definire me stesso esclusivamente in rapporto a dialoghi, conversazioni, scambi di opinioni, di idee e di esperienze che la mia vocazione a un'isolata (ma devo dire insoddisfacente) solitudine non vedrebbe l'ora di accantonare.

Dunque, da questa avventura, non posso che trarre l'essenza della mia più profonda contraddizione. Quel groviglio da cui sento salire il senso incerto della mia identità è anche il terreno sul quale si gioca un inconciliabile conflitto; il quale, proprio per questo, occupa nel mio viaggio di ricerca un posto particolarmente dolce e agro insieme. Detto in altri termini, un segno evidente di debolezza è anche il campo più fecondo in cui elaborare la possibilità di una risoluzione. Un esito che, sono ormai consapevole, non troverà mai sbocco definitivo; ma che allo stesso tempo costituisce il mio più grande e poderoso demone. Quello che qualcuno definirebbe il mio perché.

Insomma, «beati voi se sapete sempre chi cazzo siete!». E se non lo sapete, aiutarvi a cercare, domandare, tracciare strade e tessere trame che potrebbero darvi una risposta – ecco, considero questa aspirazione una parte importante del mio mestiere. Poiché è in quella tensione che forse troverò risposta al groviglio di nodi da cui ancora oggi non mi riesce di districarmi.

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